Allergie e cambiamenti climatici

Allergie e cambiamenti climatici

A cura della Dott.ssa Ilaria Menghi Guiducci – Medico chirurgo – Specialista in Pediatria

Allergie e cambiamenti climatici. Già nel 2013 l’organismo internazionale che si occupa di valutare le evidenze scientifiche sui cambiamenti climatici con particolare riguardo ai rischi ad esso correlati (l’Intergovernmental Panel on Climate Change– IPCC-) ha lanciato un allarme legato ad un inequivocabile riscaldamento del sistema climatico (già osservabile peraltro dagli anni 50).

Tali cambiamenti climatici come è ormai noto hanno una ripercussione sul riscaldamento dell’atmosfera e degli oceani, sull’innalzamento del livello del mare e nei cambiamenti di alcuni estremi climatici volti a perdurare nel tempo; di conseguenza stanno aumentando progressivamente ed in maniera esponenziale le concentrazioni medie di gas serra nell’atmosfera che comporteranno ulteriore riscaldamento e cambiamenti in tutte le componenti del sistema climatico.

In Europa in particolare le regioni più a nord saranno caratterizzate da un clima via via più caldo e umido e quelle più a sud diventeranno più secche.

Il riscaldamento globale pare porterà inevitabilmente all’innalzamento del livello medio del mare, a più frequenti periodi caratterizzati da ondate di calore e forte siccità, delle alluvioni, delle tempeste e degli uragani.

Come è facilmente immaginabile tali modifiche climatiche andranno certamente ad influenzare in maniera diretta ed indiretta la salute dell’uomo e degli animali oltre al ciclo vitale delle piante.

In linea generale, per quanto riguarda gli allergeni respiratori di origine vegetale sembrerebbe evidenziarsi un trend, ovvero un andamento, di anticipo generale.

Vi sono degli indicatori ambiente e salute definiti dall’Unione Europea e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), come l’Indice pollinico Allergenico e la Stagione pollinica che permettono valutazioni sull’impatto dei cambiamenti climatici e sullo stato di salute di determinati ecosistemi, in quanto la variabilità della stagione di pollinazione risulta influenzata dagli andamenti climatici e metereologici dell’anno.

Si osservano dunque variazioni nell’andamento quantitativo e stagionale del polline, delle piante arboree ed erbacee.

Allergie e cambiamenti climaticiIn particolare, oltre al suddetto riscaldamento globale quale causa di modifiche di tale andamento, sembrerebbero anche coinvolti fattori come gli inquinanti atmosferici (in particolare l’anidride carbonica-CO2-), le modificazioni di sfruttamento del suolo e l’inserimento di nuove piante a scopo ornamentale o produttivo che potrebbero cambiare l’ecosistema.

Più nel dettaglio l’inizio e la durata del periodo pollinico sembrerebbero essere influenzati dal riscaldamento globale.

Le piante a fioritura invernale sembrerebbero ridurre in generale la loro produzione di polline, anticipare la fine del proprio periodo pollinico e vedere ridotti i tempi della loro stagione di fioritura, probabilmente per l’aumento delle temperature autunnali.

Diverso pare sia invece il comportamento delle piante a fioritura primaverile ed estiva che invece tenderanno a produrre più polline e per un periodo più lungo venendo dunque a delineare uno scenario di allungamento della stagione pollinica.

Per esempio le graminacee, responsabili della caratteristica “febbre” o “raffreddore da fieno” caratterizzati da otturamento, scolo mucoso e prurito nasale (rinite allergica) e da prurito, bruciore ed arrossamento oculare (congiuntivite allergica) e da uno stato di malessere e lieve ottundimento, la cui stagionalità si estende solitamente da inizio maggio fino a fine luglio, sembrerebbero aver anticipato il loro periodo di fioritura con il picco pollinico fissato a fine maggio.

Per quanto riguarda il cipresso invece si sta evidenziando un ritardo del picco pollinico da febbraio a marzo ed un prolungamento generale della stagione di fioritura ormai spostata verso la primavera. Inoltre si sta osservando un aumento di pazienti allergici al cipresso nelle regioni centrali d’Italia.

Attualmente il picco di quantitativo di polline di olivo sembrerebbe essere fissato all’ultima decade di maggio, con estensione della fioritura da metà aprile a fine giugno; in generale dal ’99 al 2008 si è assistito ad un progressivo aumento della quantità del polline di olivo presente nell’atmosfera.

L’ambrosia è una pianta originaria degli Stati Uniti d’America, ma attualmente caratterizzata da una rapida espansione in tutta Europa.

Sembrerebbe infatti che a breve la sua fioritura potrebbe rappresentare un effettivo problema di entità globale se non verrà controllata la sua diffusione.

In alcune zone d’Europa il suo polline costituisce già il 50% della produzione totale di polline ed in America più del 25% della popolazione ne è sensibilizzato.

Il riscaldamento globale sta progressivamente portando ad una diffusione dell’ambrosia anche in Francia ed in Italia nordoccidentale con accelerato sviluppo ed il suo picco pollinico sta anticipando dal caratteristico metà agosto-metà settembre ad un nuovo metà luglio-metà agosto.

Allergie e cambiamenti climaticiInoltre si sta assistendo ad un prolungamento del periodo di fioritura. Le stime indicherebbero un raddoppio dell’allergia al polline d’ambrosia previsto nel ventennio 2040-2060.

Il ruolo dell’inquinamento nella produzione e nel rilascio di polline sembrerebbe essere saliente.

Infatti, oltre ai cambiamenti climatici pare che l’inquinamento atmosferico induca l’aumento dell’espressione di molecole allergeniche e pro infiammatorie nei granuli di polline attribuibile all’adattamento delle piante allo stress ambientale.

Inoltre, alcune particelle derivate dalla combustione degli idrocarburi possono combinarsi con il polline modificandone caratteristiche ed allergenicità.

Per esempio sotto queste influenze inquinanti il polline di betulla sembrerebbe produrre pomfi più grandi allo skin prick test (SPT-indagine allergologica che si esegue sul braccio) rispetto allo stesso polline proveniente da piante cresciute in campagna in assenza di inquinanti.

Inoltre è stato dimostrato che piante sottoposte ad elevati livelli di anidride carbonica mostrano una accelerazione della capacità di riproduzione e fotosintesi che si traduce in aumento del loro polline.

Ormai è risaputa l’associazione tra esposizione ad inquinanti ambientali ed aumentata incidenza di asma e proprio a tale proposito uno studio condotto su bambini allergici ha evidenziato un’importante associazione tra intensità del traffico automobilistico attorno alle abitazioni dei soggetti e positività dei loro test allergologici cutanei (Skin Prick Test- SPT) ad acari della polvere, graminacee, epitelio di gatto ed alternaria (muffa).

Gli allergeni inalanti (respiratori) sono presenti sia in ambiente domestico (indoor) che all’aperto (outdoor).

Tra i più importanti, in particolare in ambito pediatrico, ricordiamo gli acari della polvere e gli epiteli di animali domestici (gatto, cane), mentre tra gli allergeni outdoor giocano un ruolo primario i pollini (sia di specie erbacee che arboree).

Anche per quanto riguarda le muffe (Alternaria, Cladosporium ed Aspergillus), presenti sia nel terreno all’aperto che nell’aria e nell’acqua e talvolta in ambiente domestico pare che lo sviluppo sia favorito dal riscaldamento globale e dall’inquinamento ambientale.

Infatti studi attuali stanno dimostrando un aumento sempre maggiore di patologie da allergeni respiratori in età pediatrica (rinite allergica ed asma bronchiale).

Il bambino e l’adolescente che soffre di rinite allergica ha maggiore predisposizione a sviluppare un’asma bronchiale probabilmente per la stretta correlazione presente tra vie aeree superiori (naso) ed inferiori (bronchi), favorendo una iper-reattività bronchiale non specifica che pare sia la causa primitiva dell’insorgenza della condizione asmatica.

Infatti nei pazienti allergici che si giovano di una adeguata terapia per la rinite si assiste ad un palese miglioramento dei sintomi asmatici eventualmente concomitanti (più frequenti, più acuti e duraturi nel tempo negli allergici agli acari della polvere).

È importante ricordare come l’allergia agli acari della polvere (allergene indoor) oltre a predisporre a rinite ed asma, indebolendo direttamente la funzione di difesa dell’epidermide (soprattutto attraverso la produzione di enzimi proteolitici), induce assai di frequente dermatite atopica (DA).

Risulta pertanto evidente l’importanza di una terapia continua ed appropriata.

In conclusione molti studi hanno dimostrato una stretta associazione tra fattori climatici come temperatura, umidità e precipitazioni e prevalenza di rinite allergica intermittente e persistente, asma e dermatite atopica in bambini ed adolescenti.

Contrastare il cambiamento climatico e l’inquinamento atmosferico sembrerebbe dunque un impegno fondamentale ed improcrastinabile per tutta l’umanità.